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FASCINO/MALOCCHIO
Una delle credenze più diffuse ad
Atella era quella dell'esistenza del fascino,
del "malocchio", che poteva
essere allontanato con brevi frasi recitate
da donne anziane, con formule tramandate
per lo più di madre in figlia.
Tre t'hann affasc'nat'
Gli'ucchi, u' cor e la ment';
tre so' stat' i sulicitant',
U padr, i Figl e u Spirit Sant,
nu padr Nostr a la santissima Trinitat
p fa aurì stu mal r cap.
Questa formula, della quale esistono varianti
diverse, serviva (serve) ad esempio ad "aiutare"
(accresc') la persona affascinata, pigliat'
arucch', ed afflitta da un improvviso, violento
e persistente mal di testa.
Essa era ripetuta per nove volte, insieme
al Padre Nostro, ed era accompagnata da
tre segni di croce sulla fronte e sulle
tempie della persona affascinata.
Fatto ciò questa doveva lavarsi il
viso per tre volte e se effettivamente era
soggetta all'azione del fascino - ciò
che risultava giù durante tutto il
"rito", dal momento che sia l'affascinato
che colui che recitata la formula facevano
lunghi e profondi sbadigli - le sue conseguenze
sarebbero scomparse.
Non tutti avevano la possibilità
di "aiutare"; bisognava essere
iniziati.
Nel caso della formula citata era sufficiente
essere accompagnati da una persona già
esperta (di solito una persona di famiglia)
in chiesa la notte di Natale e ripetere
con lei la formula durante la funzione religiosa.
LA VITA QUOTIDIANA
La quotidianità era costellata di
antiche usanze, che si rinnovavano anche
e soprattutto nei momenti più significativi
della vita: nascita, matrimonio e morte
a)
matrimonio
Nelle campagne di Atella, il giovane che
intendeva sposarsi usava mettere un ceppo
dinanzi la porta della ragazza prescelta.
Se il ceppo veniva ritirato, la domanda
di matrimonio si intendeva accolta; se era
lasciato sulla porte, si intendeva respinta.
Accettato il fidanzamento era d'obbligo
per il giovane consegnare ai genitori della
futura sposa una certa somma. Se il fidanzamento
veniva troncato per sua iniziativa, questi
perdeva la caparra; aveva diritto al doppio
della somma se l'iniziativa partiva dalla
ragazza. Per ratificare l'accordo si ricorreva
ad un vecchio factotum del paese.
Il mezzo più comune per far avvicinare
due giovani era comunque quello di portare
l'ammasciat.
Una terza persona che conosceva le qualità
umane e morali del ragazzo, la situazione
economica della sua famiglia, e che era
in rapporto di amicizia o di parentela con
la famiglia della ragazza, faceva visita
ai suoi genitori per dichiarare l'interessamento
del giovane e la possibilità di poter
giungere al matrimonio.
L'ammasciatar', riconoscibile in questa
sua funzione per il fatto che indossava
un vistoso paio di calze rosse, assumeva
la responsabilità di quanto riferiva
ai genitori della ragazza e concordava con
loro i dettagli delle future visite del
fidanzato, nonché i particolari economici
(dote, corredo, "rame rossa" intesa
nel senso sia di pentole di quel materiale
che la ragazza avrebbe portato con sé,
sia di regali in oro che il ragazzo avrebbe
fatto per la stessa cifra alla futura moglie)
e, infine, il termine delle nozze.
Si riteneva, infatti, che r' caten a lungh'
nun so mai bon, nel senso che un fidanzamento
prolungato non era ben visto.
Era comune, quindi, che le ragazze arrivassero
al matrimonio molto giovani e che superata
una certa età non si ritenessero
pià adatte a sostenere gli oneri
del ménage familiare.
Se le parole dell'ammasciatar' risultavano
convincenti e se da parte dei genitori della
ragazza si manifestava approvazione, le
due famiglie si incontravano e solo dopo
ciò i due giovani potevano iniziare
a vedersi, sempre in presenza di un membro
della famiglia che non li lasciava mai soli.
La ragazza che era già stata fidanzata
con un altro difficilmente riusciva a trovare
marito. Ciò faceva parte di un atteggiamento
di scarsa considerazione verso la donna
che molti proverbi testimoniano:
Chi donna crer' galera ver' (chi crede alla
donna va a finire in galera);
Nisciuna carn' rest'a la chianch', nisciuna
fem'n' rest' ra marità (nessun pezzo
di carne resta invenduto in macelleria,
nessuna donna resta senza marito);
La fem'n' ch'arriv'a vinl'ann'o spus'l'o
scann'l'(la donna che arriva a vent'anni
o sposala o uccidila);
Ciucc'e m'glier' r'haia t'nè sott
' i pir'(asino e moglie devi tenerli sotto
i piedi);
Ciucc' fem'n' e crap' tutt' na cap' (asini,
d0nne e capre tutti lo stesso modo di ragionare).
Il
matrimonio era considerato uno dei momenti
più importanti della vita; perciò
veniva dato particolare risalto e solennità
alle nozze, tanto che ogni atto ad esse
relativo veniva compiuto seguendo un cerimoniale
ben preciso.
Anzitutto l'invio a parenti e amici era
portato di persona dallo sposo, accompagnato
dai genitori e dai parenti più anziani,
ed era talvolta ripetuto in segno di stima
e di rispetto.
Il corredo della sposa solo il giovedì
prima delle nozze veniva portato nella nuova
casa, su un carro che attraversava la via
principale del paese per mostrarne a tutti
qualità e quantità.
Il letto nuziale veniva preparato alcuni
giorni prima delle nozze dalle amiche della
sposa, che ritenevano tale compito di buon
auspicio, oppure dalla madre e dalla suocera.
In questo caso si svolgeva un'operazione
particolare, che serviva a scoprire se il
matrimonio nasceva sotto una buona stella:
la madre della sposa lanciava in aria uno
dei lenzuoli e la suocera doveva prenderlo
al volo.
Se questa eventualità non si verificava
si credeva che la coppia avrebbe incontrato
delle difficoltà durante la vita
matrimoniale.
b)
nascita
Anche i neonati e i bambini, come e più
degli adulti, devono essere difesi dal pericolo
di spiriti maligni. Dopo la nascita si usava,
pertanto, inchiodare sulla porta di casa
un ferro di cavallo o delle corna di animali;
per impedire l'azione delle masciar' si
metteva dietro la porta una scopa che aveva
attaccata ancora del pattume o fili di refe.
Al braccio del neonato, invece, si metteva
un po' di trina nera, mentre nelle fasce
si inserivano cornetti e figurine di santi.
I bambini dovevano essere difesi dai pump'nal.
Si trattava delle persone nate la notte
di Natale, che di giorno erano normalissime
mentre di notte si pensava assumessero forme
strane. Ad essi le donne più anziane
addebitavano qualsiasi malformazione fisica
dei neonati.
Altra credenza molto diffusa era quella
che durante l'allattamento la madre potesse
perdere il latte perché sottrattole
da altre persone ovvero da animali. Mentre
per le persone poteva bastare le semplici
invidia dello sguardo oppure il rifiuto
di accettare qualcosa nel corso della visita
alla madre ed al neonato prima del battesimo,
per gli animali c'era bisogno di qualcosa
in più. Si credeva, infatti, che
se l'animale, cagna 0 gatta in periodo di
allattamento, avesse mangiato nel piatto
della donna avrebbe potuto rubarle il latte.
Per recuperarlo, la donna doveva preparare
una pappina e fame mangiare parte all'animale.
consumando lei stessa il resto.
c) morte
Quasi per allontanare il pensiero e la paura
delle fine irrimediabile, ad Atella si credeva
che i morti continuino a fare ciò
che facevano prima. Per questo motivo si
usava mettere nella bara del defunto tutto
ciò che di personale possedeva. Fra
le mani della salma o in una delle tasche
del vestito veniva messo un fazzoletto,
simbolo del pianto, e una monetina che secondo
la tradizione serviva per pagare a San Pietro
l'ingresso in Paradiso, (questo particolare
si collega all'antica usanza: di mettere
tra i denti del defunto "l'obolo"
a Caronte, per il passaggio dell'Acheronte).
Se il morto era il capo famiglia veniva
racchiuso nella bara anche il suo cappello,
quasi per far capire che la casa rimaneva
in quel momento senza comando: il cappello,
infatti, rappresentava l'autorità
dell'uomo in casa, del"pater familias".
I parenti usavano intrattenersi per ore
intorno al defunto, piangendolo e ricordandone
le opere buone. Il lutto era assai rispettato:
non consentiva di partecipare a battesimi,
fidanzamenti, matrimoni e a feste di ogni
genere.
Le vedove indossavano il vestito nero per
tutta la vita, portavano in testa sempre
il fazzoletto nero, e cerchiavano di nero
anche gli orecchini.
Gli uomini portavano lunghi mantelli a ruota
anche d'estate, non si radevano per tre
e anche sei mesi, e si astenevano anch'essi
da feste e svaghi.
Nella notte tra il primo e il due novembre,
si dice che ad Atella si svolga la "processione
dei morti". Per vederla basta riempire
una bacinella d'acqua, accendere una candela
ed avere vicino un'animale (gatto o cane);
nell'acqua si rifletteranno le ombre dei
morti che raggiungono la chiesa. Essi passano
per le vie del paese seguendo un'ordine
preciso: morti di morte naturale, bambini,
morti di morte violenta. Si dirigono verso
la chiesa del paese per assistere alla "loro"
messa, celebrata da un sacerdote anch'esso
defunto. A tale messa non possono assistere
i vivi: si dice che sa tra i partecipanti
vi è una persona viva, questa è
destinata a morire.
Si racconta di una donna che parecchi anni
or sono si sia svegliata al rintocco delle
campane e si sia avviata in chiesa.
Per strada, una comare defunta la invitò
a ritornare a casa dal momento che quella
non era la "sua" messa; la donna
non capì.
L'avvertimento fu ripetuto all'interno della
chiesa e stavolta la donna comprese che
se fosse rimasta sarebbe morta. Rapidamente
guadagnò l'uscita, e riuscì
a scappare proprio mentre uno dei defunti
chiudeva la porta. Le sue vesti rimasero
però impigliate tra i battenti.
La donna giunse a casa con le vesti strappate;
si mise a letto e il giorno dopo fu trovata
morta.
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TRADIZIONI
DIVERSE
Anche ad Atella, come in altri paesi, c'è
l'uso di accendere i fuochi nelle vie e
nelle piazze del paese in determinati giorni
dell'anno. Assumevano carattere notevole
i "fuochi di S. Giuseppe".
Dopo aver raccolto le fascine di legna (r'
zepp'r), la sera del 19 marzo si accendevano
grandi falò che bruciavano fino a
tardi. Intorno al fuoco si improvvisano
canti e danze, mentre le donne più
anziane recitavano il rosario e intonavano
"Lu giuv'ria sant'", un canto
della passione e morte di cristo.
Quando il fuoco stava per spegnersi, ognuno
prendeva un po' di cenere e la conservava
perché si credeva che essa avesse
il potere di allontanare le disgrazie.
Anche la festa del Corpus Domini
assumeva un carattere solenne. All'alba
le ragazze, vestite degli abiti più
belli, si recavano a scuotere i ginestreti
e a raccogliere le rose selvatiche. Quando
la processione attraversava le vie del paese,
cadeva davanti al sacerdote che portava
il Santissimo una pioggia di ginestre e
petali di rose. Le strade, i balconi, e
le finestre venivano addobbati con le coperte
più belle, e ad ogni rione si faceva
fermare la processione su degli appositi
altarini, addobbati anch'essi con fiori
e con le tovaglie più belle.
Durante la settimana santa,
era tradizione preparare per il Venerdì
Santo, giorno in cui si svolgeva la Via
Crucis, i "subburgh". Si trattava
di vasetti in cui erano messi a germogliare
il grano, le lenticchie, l'avena e le cicerchie.
Una volta che i germogli avevano raggiunto
una discreta altezza, i vasetti servivano
per ornare il Sepolcro preparato in chiesa.
Nel pomeriggio dello stesso giorno, erano
portati in processione per le vie del paese
le statue del Cristo Morto e dell'Addolorata.
Le ragazze si vestivano di nero, mentre
alcuni ragazzi, vestiti di bianco e incappucciati,
rappresentavano i personaggi della Passione
(Cristo, il frustatore, il portacatene).
Siccome la processione durava fino a tardi,
al calar del sole ognuno accendeva un grosso
cero mentre le donne accompagnavano la processione
intonando i canti della Settimana Santa.
Da
alcuni decenni, il Giovedì Santo
si svolge nello scenario suggestivo delle
piazze, delle strade e delle viuzze del
centro storico della cittadina, la sacra
rappresentazione della Via Crucis (inserire
immagini della Via Crucis)
Si tratta della rievocazione, desunta dagli
scritti evangelici, delle patetiche e toccanti
fasi della Passione e Morte del Cristo.
Sentimento religioso, impegno culturale,
folklore, "teatro popolare". Questi
gli elementi che si intrecciano e si integrano
nella rievocazione, desunta dagli scritti
evangelici, delle patetiche e toccanti fasi
della Passione e Morte del Cristo che si
svolge ad Atella da oltre un trentennio
nello scenario suggestivo delle piazze,
delle strade e delle viuzze del centro storico
della cittadina.
Organizzata dalla Pro Loco Vitalba, con
il sostegno della Civica Amministrazione,
la "Via Crucis" del Giovedì
Santo vive della sentita e corale partecipazione
di oltre cento figuranti, giovani soprattutto,
in costumi dell'epoca e richiama un'immensa
folla di spettatori anche dalle regioni
vicine.
Rispetto alle altre manifestazioni che si
svolgono nella zona del Vulture durante
la Settimana Santa, diversi gli elementi
che caratterizzano la "Via Crucis"
di Atella: dalla ricostruzione del "Giudizio
di Pilato" nel sagrato della Chiesa
Madre, al personaggio del "Cireneo"
che aiutò il Cristo a portare la
croce, scelto dagli organizzatori all'ultimo
momento tra il numeroso pubblico che sfila
per un certo tratto in abiti moderni, fino
alla "crocifissione" che si svolge
su una balza che domina la Valle di Vitalba,
in prossimità del sito
paleolitico
Altre ricorrenze particolarmente sentite
ad Atella erano la festa dell' Ascensione,
quella di San Vito e quella della Madonna
della Neve.
Nel giorno dell'Ascensione
il latte non veniva mal venduto ma solo
regalato e, inoltre. sulla tavola degli
atellani compariva un unico piatto a base
di latte: i tagliulin ch' r' latt'. Alla
base di quest'usanza ci sarebbe il rifiuto
opposto da un pastore a Gesù.
Si racconta, infatti, che una volta Gesù
abbia chiesto del latte ad un pastore. Questi,
sedendosi sulla secchia nella quale aveva
raccolto quello appena munto ad alcuni animali
del suo gregge, rispose di non averne. Gesù
allora gli disse che avrebbe fatto "cucù"
sugli alberi, cantando per quante gocce
di latte gli aveva negato. Si dice che proprio
per questo il pastore sia destinato a vagare
di continuo con il suo gregge.
Quanto
alla festa di San Vito,
aveva luogo il 15 giugno ad Atella la benedizione
dei cani, che in tutte le immagini sacre
sono ritratti vicino al Santo, e degli altri
animali. Essa avveniva dalle parti di S.
Eligio, nei pressi della costruzione dell'Acquedotto
Pugliese. In quel giorno si preparavano
anche delle pagnotte( il c.d. pane di San
Vito) che venivano consumate dopo essere
state benedette. Queste usanze si collegano
alla seguente leggenda. Durante un lungo
periodo di abbondanza, gli uomini presero
l'abitudine di sperperare e dissipare ciò
che la terra produceva. Il Padreterno decise
allora di punirli, inviando sulla Terra
la carestia e privando il mondo di tutto.
Si dice che San Vito sia intervenuto, chiedendo
al Padreterno di lasciare almeno il grano
per i cuoi cani ed il Signore accolse la
sua richiesta. Si crede che per questo gli
uomini abbiano il grano, ed è per
lo stesso motivo che i cani sono bene accolti
in chiesa e non dovrebbero essere mai scacciati
dalle case.
La patrona di Atella, Santa Maria
ad Nives , viene festeggiata in
due giorni (il Lunedì di Pasqua ed
il 5 agosto),
nei quali il grande quadro in cui è
ritratta la Madonna viene portato in processione
per le vie del paese. Opera di un ignoto
pittore della metà dell'Ottocento,
il quadro raffigura la Vergine che alza
un randello e scaccia il diavolo tentatore.
Ai suoi piedi è ritratto un bambino
che chiede protezione; sulla sinistra è
un devoto inginocchiato in preghiera; sullo
sfondo le mura della città e un paesaggio
collinare, con alti pini, ammantato di neve.
La vergine indossa una veste rosa ed è
avvolta in un manto turchino, ricoperto
di stelline dorate. Il quadro era conservato
nella chiesa di S. Lucia dal lunedì
successivo alla solenne festa di agosto
fino al Lunedì di Pasqua. In quel
giorno veniva prelevato e portato in processione
nella Chiesa Madre, per essere collocato
sull'altare maggiore.
Molto
venerato in passato ad Atella era San
Marco , la cui statua sarebbe stata
trafugata dagli abitanti del vicino paese
di Rionero in Vulture.
Sull'argomento esistono diverse versioni:
secondo alcuni le statue trafugate sarebbero
due; secondo altri una soltanto.
La versione più accreditata è
quella dell'unica statua rubata due volte
Si dice che la statua che ritraeva per intero
San Marco era conservata nella chiesa del
Cimitero e che sia stata rubata e portata
a Rionero da alcuni abitanti di quel paese.
Arrivati nella cittadina, non si sa bene
se per ripararsi dalla pioggia o perché
presi dalla sete, gli autori del furto entrarono
in una cantina, portandosi dietro San Marco.
Qui, oltre a bare ed a prendersi beffe degli
atellani, cominciarono a giocare a morra
e tra i fumi dell'alcol sembrò loro
che anche il Santo, ritratto dall'autore
della statua nell'atto di benedire, partecipasse
a quel passatempo.
Accortisi della scomparsa della statua,
gli atellani andarono a Rionero. per riprenderla.
Pare che a quanti chiedevano perché
la statua si trovasse lì, i rioneresi
risposero che San Marco vi era arrivato
da solo. Per impedire che la cosa si ripetesse,
gli atellani tagliarono alla statua le gambe.
L'operazione si dimostrò inutile,
dal momento che più tardi i rioneresi
ritornarono ad Atella e ripresero, questa
volta definitivamente, la statua del loro
protettore.
Oltre a u pump'nal altre figure, altri personaggi
fantastici potevano turbare la regolarità
della vita quotidiana: u munacidd e la malombra.
U munacidd' era una specie di gnomo capriccioso
e burlone {dalle fattezze di un animale
e con la coda secondo alcuni), alto quanto
un bambino, con lunghe unghie alle dita
delle mani ed un inconfondibile berretto
rosso sempre calzato in testa.
Ad esso, in particolare, si addebbitavano
i mal di pancia improvvisi che assalivano
le persone durante la notte: quando ciò
accadeva si diceva che il monacello si era
seduto sul ventre. Il mal di pancia passava
se si riusciva a privare il monacello del
berretto, operazione difficilissima per
via della lestezza di questa creatura.
Un mezzo per tenere il monacello lontano
dalle case era quello di mettere dietro
la porta d'ingresso una scopa. Si credeva,
infatti, che la curiosità insaziabile
avrebbe portato questa creatura a contarne
i fili. Ostacolato in questa operazione
della lunghe unghie, gli sarebbe stato però
impossibile portarla a termine ed egli avrebbe
ricominciato a contare all'infinito.
Riuscire ad afferrare il cappello del monacello
voleva dire per la persona che vi fosse
riuscita poter realizzare qualsiasi desiderio:
per riaverlo, infatti, il monacello era
disposto a dare qualunque somma o a rivelare
il nascondiglio di qualsiasi tesoro.
La malombra, invece, era una creatura gigantesca,
dalle lunghissime gambe, che si aggirava
per le strade del paese quando iniziava
a fare buio. Si diceva che se qualcuno passava
tra le sue gambe, veniva preso, sollevato
in aria e lasciato cadere al suolo. Il rimedio
consisteva nel salire, una volta accortisi
della sua presenza, tre gradini.
La funzione principale di queste figure
era comunque quella di intimorire i bambini:
ai genitori bastava accennare alla "malombra"
o al "monacello" per contenere
l'esuberanza dei piccoli |
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