Il bacino di Atella: 10.000
strumenti di pietra
Il Vulture : nascita ed evoluzione
Attraverso
un frattura marginale di quella che
i geologi chiamano Fossa Bradanica.,
circa 800-750.000 anni fa, si ha una
risalita di magma, da quale prende
vita di quello che diverrà
l’apparato vulcanico del Vulture.
Dalle prime fasi eruttive si sa poco:
si sono ritrovate solo tracce di materiali
vulcanici in sedimenti alluvionali.
Circa 750.000 anni fa inizia la vera
e propria fase costruttiva dell’apparato
vulcanico, caratterizzata da fasi
esplosive, durante le quali vennero
eruttati ceneri, lapilli e bombe,
alternati a fasi effusive, nelle quali
si ha l’emissione di lave. Questa
attività si alterna a fasi
in cui il vulcano è quiescente.
Intorno ai 600.000 anni fa inizia
la fase distruttiva del vulcano, caratterizzata
da un intensa attività parossistica,
favorita dalla presenza della camera
magmatica di grandi quantità
di gas, essenzialmente vapore acqueo,
anidride solforosa e anidride carbonica:
parte del vapore potrebbe essersi
originato in seguito all’incontro
del magma con le falde freatiche superficiali.
Questa attività esplosiva ,
ovviamente non continua, durerà
fino a circa 500.000 anni fa. Sul
finire di questa fase sembra infatti
che si sia instaurato un periodo di
quiescenza abbastanza lungo, che vide
gli ultimi momenti di vita del bacino
lacustre di Atella, formatosi in seguito
alla nascita del vulcano e modificatosi
in dipendenza dell’attività
effusiva stessa. Questo importante
periodo si stasi sembra essersi verificato
verso la fine della glaciazione di
Mindel e coincidere con un evento
climatico più temperato.
Oggi
l’apparato vulcanico, quiescente da
quei lontani tempi, nonostante una
ripresa di una ridotta attività
ristretta alla sola area craterica
(circa 130.000 anni fa), si presenta
come un grande cono mancante della
sua parte sommitale, persa con l’azione
concomitante di un’ultima intensa
fase esplosiva, avvenuta circa 500.000
anni fa, e di un probabile successivo
collasso dell’area craterica: due
piccoli invasi lacustri occupano attualmente
la caldera (laghi di Monticchio ).
La sua elevazione su una regione pianeggiante
lo rende simile a un’isola che ha
consentito a molte specie vegetali
e animali di conservarsi nel tempo,
grazie anche alla scarsa antropizzazione
che lo ha interessato.
Il suo profilo, unito allo scuro colore
della vegetazione sui brulli campi
coltivati circostanti, giustifica
la suggestione che ha suggerito agli
antichi abitanti del luogo il suo
nome, quello di un grande uccello
predatore con le ali distese sul territorio.
Il bacino lacustre: origine
ed evoluzione
Prima
della formazione del Vulture i ricercatori
hanno appurato che sul territorio
era presente un fiume che scorreva
in una valle orientata in direzione
nord-sud e affluiva a nord del fiume
Ofanto.
La formazione del vulcano sbarrò
più volte nel tempo il corso
di questo fiume, dando vita ad una
successione di bacini lacustri inizialmente
forse non di grandi dimensioni.
Furono le intense attività
effusiva ed esplosiva, coincidenti
con la fase più attiva di costruzione
dell’apparato vulcanico,che sbarrarono
in modo significativo la valle creando
un grande lago.Questo si estendeva
grossomodo dalle falde dei rilievi
di Castel Lagopesole fino alla base
meridionale del Vulture, raggiungendo
in certi punti la larghezza di circa
7 chilometri.
Da questo momento in poi sembra che
il livello delle acque lacustri abbia
oscillato più volte in dipendenza
di un’attività vulcanica crescente,
in quanto il clima dell’epoca era
di tipo arido e freddo e quindi poco
poteva concorrere al riempimento del
lago.
Questa seconda fase dell’attività
del Vulture, che durò quasi
100.000 anni, fu caratterizzata
da un evento parossistico molto forte
che probabilmente scaricò l’energia
accumulatasi nella camera magmatica.
A questo seguì un lungo momento
di quiescenza durante il quale il
bacino vide il livello delle sue acque
stabilizzarsi e l’ambiente circostante
arricchirsi di una vita vegetale e
animale che fino ad allora deve aver
trovato difficoltà a svilupparsi.
Circa 500.000 anni fa un ultimo evento
parossistico riempì il bacino
di ceneri e lapilli e produsse la
tracimazione delle sue acque in corrispondenza
dell’attuale Toppo dell’Orno, determinandone
lo svuotamento.
Da quel momento il vecchio fondo lacustre
cominciò ad essere aggredito
dalle acque meteoriche che si incanalavano
in un sistema idrografico, che ancora
oggi è rappresentato dal corso
dello Stroppito - Atella e dai suoi
affluenti. Testimoni odierni di questa
evoluzione morfologica sono le collinette
piatte, costituite da materiale vulcano-lacustre,
intagliate dai corsi dei torrenti
attuali che si vedono percorrendo
il bacino.
La preistoria del Bacino di
Atella
Le
più antiche testimonianze dell’uomo
preistorico finora rinvenute in questo
territorio risalgono al momento in
cui il lago sembra denunciare la sua
più lunga stabilità,
ovvero quanto il Vulture entra nella
sua più importante fase di
quiescenza. Infatti circa 550-500.000
anni fa un gruppo umano, rappresentato
da Homo erectus, è presente
in quest’area: alcune orde di cacciatori
esercitavano le loro attività
venatorie lungo le rive del lago dove
gli animali venivano ad abbeverarsi.
Le caratteristiche somatiche principali
di questi uomini si potrebbero così
riassumere: tarchiati, di non alta
statura, con i caratteri morfologici
della testa individuabili in una fronte
fortemente sfuggente, piccola capacità
cranica, dei robusti aggetti ossei
sopraorbitali, la faccia prognata,
la mandibola senza mento.Dal punto
di vista sociale si sa solamente che
esercitava la caccia collettiva ai
grandi mammiferi (uri, bisonti, elefanti,
rinoceronti): aveva inoltre una certa
versatitilità nella lavorazione
della pietra pur essendo i manufatti
tipici della sua cultura tipologicamente
riconducibili ad un esiguo repertorio:
amigdale, raschiatoi, denticolati
e qualche altro non definito utensile.
Homo erectus frequenterà il
territorio a più riprese, anche
dopo la scomparsa del lago e al fine
delle attività del Vulture.
La sua presenza è documentata
fino a circa 150-100.000 anni fa,
anche se si conosce ben poco della
sua tarda attività nel bacino
di Atella, poiché gli insediamenti
luoghi di sosta di questo periodo
sono andati distrutti dall’intensa
antropizzazione portata avanti sin
da epoche storie.
A questo gruppo umano succederà,
intorno agli 80-60.000 anni fa, un
altro cacciatore, l’uomo di Neandertal,
il quale ha lasciato in questa area
poche testimonianze della sua presenza,
sostanzialmente riconducibili a pochi
utensili di pietra. Non è stato
ancora chiarito perché le sue
testimonianze siano documentate solo
sporadicamente e soprattutto nei momenti
più tardi del paleolitico medio
(40-35.000 anni fa ) .
L’arrivo di homo sapiens dotato praticamente
di caratteristiche simili a quelle
dell’uomo attuale,
è documentato da pochi ma tipici
manufatti litici, collocabili fra
i 32.000 ei 30.000 anni da oggi, i
quali attestano delle battute di caccia
occasionali. Dopo queste scarse testimonianze
dell’inizio del Paleolitico superiore
si ha, almeno in base alle ricerche
fatte sin ora, un’assenza delle frequentazioni
preistoriche in tutto il Bacino di
Atella. Può darsi che le indagini
future contribuiscono a colmare questa
lacuna o perlomeno a spiegarla, visto
che nemmeno lo studio sedimentologico
ci viene per il momento in aiuto.
Questo vuoto di presenze umane si
interrompe con l’arrivo di alcuni
gruppi di cacciatori mesolitici circa
9.000 anni fa. Da questo momento,
inquadrabile in un periodo culturale
noto come Castelnoviano, l’uomo frequenterà
in modo abbastanza continuo il territorio.
I cacciatori mesolitici, oltre a pochi
oggetti litici caratteristici rinvenuti
nel Btacino, lasceranno una delle
più importanti testimonianze
della loro espressione artistica rupestre:
nell’ormai famoso riparo F. Rinaldi
a Serra Pisconti compare una scena
di cervidi al pascolo in una foresta
di querce, realizzata in ocra rossa.
Per quanto riguarda la presenza dei
primi agricoltori, che si associa
al Neolitico antico, sono da mettere
in evidenzia solo alcuni rarissimi
rinvenimenti: un bulino tipico e pochi
frammenti di ceramica impressa ad
unghiate.
Rara la testimonianza di manufatti
tipici dell’età del rame che
consiste in frammenti in ceramica,
strumenti di ossidiana importata dalle
isole del mediterraneo e cuspidi di
freccia in selce.
Altrettanto sporadiche sono le testimonianze
dell’età del bronzo mentre
le culture successive, che ormai si
collocano nella storia, appaiono sempre
meglio documentate.
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