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Di questo passato notevole, rivendicato con orgoglio da uno degli atellani più famoso, il giurista Vincenzo Massilla vissuto nel Cinquecento, restano nel centro storico di ATELLA una serie di tracce, ossia la Chiesa Madre di stampo trecentesco, la Torre angioina, la chiesa ed il monastero di S. Benedetto.

La Chiesa Madre , dedicata a S. Maria ad Nives, ha attirato in passato l'attenzione di numerosi studiosi.
La sua facciata , piatta e lineare, è decorata da una serie di archetti pensili. Il portale è assai caratteristico e non trova precisi riferimenti in area lucana. Esso è caratterizzato da un doppio ordine di stipiti con basamento e capitelli lineari, raccordati da archi a tutto tondo. La lunetta reca un sinuoso tralcio continuo di fiori di malva, delimitato da un sole pieno raggiato e dalla luna. Essa è profilata da un'ogiva a doppia ghiera e da un motivo a corona di archetti rovesciati. In alto, ai lati di un oculo, vi sono un arcaico crocifisso e le statue di S. Antonio Abate e di S. Nicola di Bari.

Il campanile è basso ed ha base quadrata, con due bifore nella cella campanaria. Se la facciata è trecentesca, l'interno della Chiesa - a navata unica, con copertura di legno - risale al XVIII secolo. La differenza si deve ai numerosi terremoti che hanno colpito la cittadina, in particolare a quello del 1694 che danneggiò notevolmente l'edificio. All'interno della Chiesa sono presenti opere e suppellettili di particolare pregio.

La Torre Angioina è l'elemento centrale residuo del poderoso castello abbattuto dal terremoto del 1694. Il castello, che era dotato di quattro torri laterali di guardia e circondato da un profondo fossato , resistette ai due lungi assedi del 1361 e del 1496.
Per avere un'idea della sua effettiva consistenza è interessante leggere la seguente descrizione dei primi del Seicento, precedente al citato terremoto:
"Avanti che si entra in detto Castello quale è monito di fossi con quattro torrioni intorno, se ritrova un largo detto la Città della murata et si entra da un ponte di tavole ad levatore sopra il quale vi è una porta con le arme del detto signor Principe et caminando se ritrova un'altra porta con lo guardaporta con cortiglio et due cisterne atte ad tenere acque et in piano di detto Cortiglio una cocina grande con furno con una dispensa et saglituro che serve per portare le vivande coperte sopra il Castello, con stalla grandissima con li balausti intorno vi è un'altra stalla appresso in piano doi lochi da tenere paglia et nel medesimo cortiglio da un altro lato se ritrovano un cellaro et tre altre stantie terranee in una de quale v'è un forno grande per cocere il pane et un'altra porta dalla quale si va alla Cità della proPonte et sagliendo per una grada se ritrova una logietta coverta da dove si entra in un salone et una cappella in piano di detto salone, et da uno braccio se ritrovano quattro camere in piano et in fronte del detto salone un'altra camera ad lambia dintro un di detti torrioni, da un altro lato di detto salone se ritrova uno cammarone in capo dello quale vi è una cammaretta et appresso seque un'altra sala la quale serve per l'altro habitamento et seguitando detta sala se ritrovano sette altre camere in piano…"

Il Monastero delle Suore Benedettine risale al XV sec. e trae origine da un lascito di un esponente di una ricca famiglia di Atella, morto nel 1426. Nel corso dei secoli, dalla sua fondazione alla sua soppressione dopo l'Unità d'Italia, nel monastero di S. Spirito si avvicendarono badesse e professe appartenenti all'élite di Atella, della regione del Vulture, dell'intera Basilicata e della limitrofa Capitanata.
Annessa al Monastero è la Chiesa di S. Benedetto, nella quale si conservano pregevoli dipinti.
Nel complesso del Monastero è incastonata una bifora trecentesca assai interessante perché vi compare lo stemma angioino.

Un altro portale del Trecento è invece murato nella parte dell'edificio che ospita gli uffici comunali. Esso proviene dalla Chiesa di San Francesco della Scarpa oggi non più esistente.

Nella Chiesa dei Santi Vito e Lucia , situata ai margini dell'abitato, vi è il pregevole affresco quattrocentesco della
Madonna Riparatrice
.
Eseguito probabilmente dopo il terremoto del 1456 da un "pittore ignoto di educazione napoletana con esperienze veneto-marchigiane, filtrate dalla bottega pugliese di Giovanni di Francia", l'affresco fu riscoperto nel 1851, in occasione di uno dei più gravi terremoti verificatisi nella zona del Vulture, che provocò la caduta di un muro eretto dai monaci Agostiniani dopo il 1694.
Ciò fece gridare al miracolo. Mentre nei paesi vicini si contavano i danni e si dava sepoltura alle numerose vittime, ad Atella, nonostante i numerosi edifici danneggiati, in paese si contavano solo due feriti.
L'evento era così eccezionale che il re Ferdinando II in visita nella zona, volle ammirarlo personalmente, ne ordinò la riproduzione , ed erogò una somma rilevante (1.500 ducati) per la ricostruzione della chiesa.
Dell'affresco hanno parlato in maniera discordante due studiosi.
Nel 1854, Stanislao D'Aloe ritenne l'affresco un'allegoria della Madonna delle Divine Grazie, oggetto di adorazione da parte del Papa Urbano VI durante lo scisma d'occidente. Per questo sostenne che il dipinto risaliva al 1389 e riconobbe nei personaggi ritratti le figure di Urbano VI, del cardinale Francesco de' Tebaldeschi, di Carlo III di Durazzo, di Margherita d'Angiò, di alti dignitari di corte e vescovi della zona.
Emilio Bertaux fu di parere diverso. A suo giudizio il motivo della Madonna che col suo manto protegge la folla dei fedeli si trovava in altre opere d'arte ed i personaggi del papa e dei reali erano astratti, quasi che l'autore del dipinto avesse voluto dire che tutti (anche re e papi) devono invocare la. protezione della Madonna. Quanto all'epoca, l'affresco secondo Bertaux era posteriore al 1420 e se lo si voleva collegare ad un fatto realmente accaduto, si doveva pensare ad un episodio della storia di Atella, cioè a dire ad un'epidemia o ad uno dei terremoti che l'avevano colpita.

Testo di Costantino Conte