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A
giudizio di Nitti le masse
meridionali nella seconda metà dell'Ottocento
hanno avuto due sole possibilità
per sfuggire alla “miseria crudele"
che la opprimeva: prima il brigantaggio
e poi l'emigrazione.
Che quest'assunto fosse fondato lo dimostrano
anche i dati relativi alla partecipazione
dei contadini atellani a quei due complessi
fenomeni.
Il brigantaggio ha interessato per quasi
tutto il decennio post-unitario
Atella.
Basti pensare che un centinaio furono gli
atellani convolti nelle "reazioni"
della primavera 1861, che fino all'estate
del 1863 quattro briganti atellani erano
morti in carcere e dodici erano stati fucilati;
che trentotto furono le vittime del brigantaggio
nel territorio comunale tra la primavera
del 1861 e quella del 1863.
Di
Atella era Giuseppe Caruso
che, dopo essere stato brigante, si consegnò
alle autorità nel 1863 e diede un
contributo notevole alla repressione del
brigantaggio nel melfese.
Per capire il fenomeno del brigantaggio
post-unitario val la pena di tener presente
che, nonostante la “insurrezione lucana”
dell'agosto 1860, alla quale parteciparono
anche alcuni atellani, il trapasso dal regime
borbonico a quello unitario venne mal digerito
da una parte della borghesia cittadina,
che ebbe paura di perdere i privilegi dei
quali godeva.
Per questo ai primi di ottobre del 1860,
ancorché nel Plebiscito l’elettorato
atellano si espremesse unanimemente per
l'annessione al Regno d'Italia, si verificarono
ad Atella “ serii disturbi ” sottovalutati
dalle autorità. Esse sottovalutarono
anche l’arresto ai primi di febbraio del
1861 di tre individui che nelle vicinanze
della cittadina assoldavano uomini per conto
di Crocco.
Ciò fece sì che gli esponenti
filoborbonici potessero operare indisturbati
in paese e potessero fare del convento di
S. Maria degli Angeli la “centrale operativa”
del movimento legittimista del melfese.
Proprio qui, infatti il 4 aprile 1861 Crocco
incontrò un “francese”, un “capitano
napolitano ed un tenente siciliano” con
i quali preparò il piano delle “reazioni”
scoppiate il 7 aprile.
Ad esse parteciparono molti contadini atellani
nella speranza di sfuggire alle misere condizioni
di vita cui erano costretti. Secondo le
testimonianze, infatti, il loro apporto
divenne ancor più consistente dopo
che l'8 aprile alcuni atellani “ritornarono
da Ripacandida … con molto oro, e diversi
oggetti, che mostrarono al pubblìco”.
La
convergenza tra la paura dei galantuomini
nei confronti della possibile introduzione
di un nuovo sistema sociale, non più
fondato sui principi di tipo parafeudale
fino allora invalsi, e la volontà
dei contadini di migliorare la propria vita
è alla base, quindi, di quel fenomeno
che va sotto il nome di brigantaggio.
Il 12 aprile, mentre le bande di Crocco
avevano già preso Ripacandida, Ginestra
e Venosa; mentre Melfi, Rapolla e Barile
erano insorte; mentre a Rionero da un paio
di giorni i 600 uomini della Guardia Nazionale
di S. Fele, Ruoti, Avigliano, Muro Lucano,
Bella ed de1 Battaglione Lucano aspettavano
invano istruzioni per contrastare i briganti,
ad Atella si diffuse la voce che l'indomani
le guardie (o i rioneresi, a seconda delle
versioni) avrebbero saccheggiato e disarmato
il paese, disonorando le famiglie.
Per tutta la notte in diversi punti della
cittadina gruppi di uomini armati vegliarono
su consiglio del sindaco Antonio De Martinis,
che il giorno successivo risulterà
ammalato, pronti ad opporsi alle violenze
annunciate.
Quando, poi, la mattina del 13 aprile i
vari reparti, di ritorno nei loro paese,
attraversarono la cittadina, furono accolti
dalle fucilate provenienti dalle case poste
lungo il percorso.
Francesco Stia, capitano della Guardia Nazionale
di S. Fele, nel rapporto al Governatore
scriverà il 4 maggio che "mentre
credevamo penetrare in paese amico, vi trovammo
dapprima un silenzio di tomba, e poscia
il più vigliacco e sfacciato tradimento
per lo preconcetto disegno di sacrificare
i valorosi accorsi in loro soccorso, e specialmente
la mia colonna, la quale appena ebbe messo
piede nel paese servì di bersaglio
alle fucilate di quei traditori Atellani,
che da tutt'i vani delle loro case facevan
fuoco sui nazionali sicchè ebbi a
deplorare due morti, e sette feriti. Mi
fu detto in seguito...
che ciò succedeva con maggiore accanimento
delle case de’ signori Saraceno e Martino”.
Si venne a sapere più tardi che le
fucilate provenivano dalle case di "Gerardo
Contristanto, di Giuseppe Caruso,
… "
Nell’agguato rimane ferito tra gli altri
Leonardo Del Priore.
In proposito sia Caruso che Basilide Del
Zio sostennero, invece, che in quell'occasione
Del Priore morì. Caruso, anzi, affermò
di essere stato “per odio di nemico nascosto”accusato
di quell'omicidio. Proprio per evitare un'accusa
infondata (“ ho potuto provare
- disse - che nel momento dell'eccidio,
io mi trovavo presso il mio padrone Signor
Mauro Saraceno: cento persone. per bene,
facendosi garanti di me, dichiararono che
io era incapace di commettere quel reato...”)
ed i rigori della legge si unì a
Crocco, dopo essersi per qualche tempo rifugiato
a Bucito.
Ebbene, non soltanto Del Priore morì
ai primi di dicembre del 1861; ma, a proposito
della scelta brigantesca di Caruso, il Sindaco
di Atella del 1865 scrisse che il nostro
seguì Crocco perchè costrettovi
dalle minacce "mentre faceva da guardiano
nel bosco Bucito".
Quanto,
poi, all'essere incapace di commettere reati,
Caruso [Carusobis] fu feroce quanto, e forse
più di altri briganti: Crocco lo
riteneva responsabile di ben 124 omicidi
e perfino Del Zio, che pure contribuì
ad accreditare la tesi dell'accusa ingiusta,
lo definì uno dei più sanguinari
membri della banda Crocco.
Non solo. Se in passato si credeva che fosse
stato il generale Pallavicini il primo a
servirsi di Caruso nella persecuzione dei
briganti, già nel febbraio dèl
1864 un capitano dei carabinieri De Vivo
aveva impiegato Caruso, presentatosi ai
soldati da soli 5 mesi, come guida di un
reparto che a Bucito sorprese e per poco
non catturò Crocco e Tortora.
Il fatto è che Caruso fu e rimase
fino in fondo una pedina nel gioco - il
brigantaggio appunto - che i notabili della
zona, sfruttando le tensioni sociali esistenti,
la miseria ed i rapporti di forte soggezione
e dipendenza personale esistenti nelle nostre
campagne, inscenarono per evitare che le
proprie posizioni di privilegio fossero
tra.volte dal rimescolamento di carte, più
formale che sostanziale, prodotto dell'Unità
d'Italia.
In sostanza, Caruso assunse vesti diverse
in relazione al calcolo dei suoi padroni/padrini,
che furono gli unici a trar profitto da
tutto ciò che avvenne in quegli anni.
Per i contadini, che per la prima volta
entrarono nella storia da protagonisti -
evento di per sé rilevantissimo -
senza però potervi incidere in profondità,
nulla cambiò né dopo l'Unità
né dopo il brigantaggio. Infatti,
un numero considerevole di essi fu costretto,
soprattutto quando si fecero evidenti i
segni della crisi agraria degli anni ottanta,
a cercare migliore fortuna nelle Americhe.
Caruso invece, esauritosi il fenomeno brigantaggio
e rimosso con un'accurata operazione di
maquillage - iniziata a ben vedere sin dall'inizio
sol che si pensi alle “cento persone perbene”
pronte a testimoniare per lui - il “passato
poco onorevole”, venne premiato con un lavoro
stabile. Dietro raccomandazione del generale
Pallavicini venne, infatti, assunto alle
dipendenze della società proprietaria
del bosco di Monticchio.
Testo
di Costantino Conte
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